Tutti gli articoli di wolly

Mi chiamo Paolo Valenti, il mio soprannome è Wolly dal quale nasce il Wolly's Weblog. Sono nato a Milano il 27 dicembre 1966 alle ore 11.45 am, Capricorno ascendente pesci. Vivo a Milano e sono felicemente sposato. Le mie passioni sono il golf, internet, la politica, la Sci-Fi, la tecnologia. Sono parte del team italiano di localizzazione e supporto di WordPress e sono l'organizzatore del WordCamp italiano, mi piace essere un Wordpress Evangelist. Il mio Curriculum lo potete trovare su Linkedin. Se volete contattarmi utilizzate la pagina "contattami", per favore non contattarmi per assistenza su WordPress, per quella rivolgiti al Forum d'assistenza.

WordPress 4.2 è sparito il campo titolo nei link

In molti mi hanno fatto notare che in WordPress 4.2 è sparito il campo titolo nei link.

Ho verificato e, in effetti, è così.

Inizialmente pensavo fosse qualche incompatibiltà con plugin o temi, in realtà, dopo analisi e ricerche, ho scoperto che la funzionalità è stato tolta.

Quindi, sì, in WordPress 4.2 è sparito il campo titolo nei link ed è stato sostituito da collegamento di testo, la possibilità di modificare il testo del link.

Previously in the Link Text box on the Insert/edit link panel, it was possible to customise the text that appeared when the cursor rolls over the link – the link title.

In 4.2, the only Link Text enabled is the actual text which is being linked; if I change the Link Text, it also changes the text in the blog.

This applies to new links created post 4.2. Earlier links still display the rollover link text.

Questa la spiegazione del perchè in WordPress 4.2 è sparito il campo titolo nei link:

Just to give you a more complete answer:

The ‘Title’ field was intentionally removed from the wpLink modal in #28206 largely because it was often confused with the actual link text itself.

In recent years, we’ve begun to actively discourage the use of title attributes in links as they are largely useless outside of providing the “hover tooltip” many visual users enjoy, and more importantly, they don’t promote good accessibility.

If you’d like to continue using title attributes in links, you can add them manually using the Text mode in the editor.

Rimane inteso che, se volete inserire il titolo nei link, potete sempre farlo, in modalità testo dell’editor, manualmente.

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Statistiche annuali per il tuo blog!

Ho appena terminato di riscrivere un mio vecchissimo plugin.

Questo plugin vi permette di creare le statistiche annuali del vostro blog, come vedrete alla fine di questo post.

E’ in corso di approvazione sul repository di WordPress.org, E’ stato approvato, potete scaricarlo da wordpress.org oppure installarlo direttamente dalla bacheca del vostro sito, cercando wpit blog stats.

Se volete provarlo e magari darmi suggerimenti per migliorarlo, sarete i benvenuti.

Potete scaricarlo dal link che trovate in fondo a questo post.

Qui  quello che mostra:

Anno Nr.articoli Media caratteri per articolo Caratteri tot per articolo Media commenti Commenti totali
2014 16 3,235 51,747 4 51
2013 53 1,401 74,211 2 67
2012 20 2,749 54,975 5 85
2011 51 1,708 87,107 4 181
2010 115 2,961 340,409 4 387
2009 177 2,768 489,918 6 1,034
2008 432 1,465 632,636 5 2,074
2007 263 1,996 524,716 4 1,023
2006 91 1,988 180,853 2 135
2005 42 1,004 42,138 4 129
2004 95 863 81,904 3 194
2003 3 189 565 1 2
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Come fare un bel sito

Come fare un bel sito?

Questa è la domanda che, prima o poi, chiunque voglia essere presente sul Web, si pone.

Cominciamo con i dovuti disclaimer: quelle che scriverò sono solo ed esclusivamente mie opinioni, non è la verità assoluta, forse però dovresti, in ogni caso, darmi ascolto.

Pensi che stia parlando di te, sì, è probabile che stia parlando, proprio, della tua (in)competenza.

Fatte le dovute specificazioni, torniamo all’argomento, che poi vengo ripreso perché divago troppo: Come fare un bel sito?

Il design

Facciamo un passo indietro. Progettare e disegnare un sito è esattamente come disegnare e progettare un ponte, una strada, un tostapane, né più, né meno.

Nel mondo del web si è diffusa una strana credenza, che non è un mobile, è proprio una errata interpretazione di un concetto fondamentale: il concetto di design, di design industriale, concetto che noi italiani abbiamo sviluppato all’estremo negli anni ’60 e ’70.

Steve Jobs

Un genio, Steve Jobs(1955 – 2011), disse:

It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works.

Che tradotto in italiano, suona così:

Il design non riguarda solo l’aspetto del prodotto, o l’effetto che fa tenerlo in mano. Il design è come funziona.

Steve Jobs l’ha detta giusta poi vi spiegherò il perché. Il problema è di come è stata recepita, o meglio della comprensione del testo.

Di tutto il messaggio del co-fondatore di Apple, ciò che è stato recepito è che le cose devono essere, esteticamente, bellissime, tutto il resto è andato perduto.

(in)comprensione

In nome di questa (in)comprensione del testo, si sono perpetrati i più gravi crimini contro il povero e inconsapevole Web, contro i poveri  e inconsapevoli utenti e contro i poveri e inconsapevoli business.

I market place

Themeforest (ma anche tutti gli altri market place, parlo di lui solo perché è il più noto) è il punto nodale di questa (in)comprensione del testo: ha fatto convergere quasi tutti i seguaci di questa religione.

Ti stai chiedendo cosa è themeforest, scusami, l’avevo dato per scontato.

Themeforest è un market place, un mercato virtuale per creatori di temi grafici per WordPress, ma anche per altre piattaforme, che permette ai creatori di temi grafici e plugin, di incontrare la richiesta degli utilizzatori e quindi di vendere le proprie “opere d’arte”.

Su themeforest la ricerca è estetica, vengono utilizzate immagini evocative e il risultato è: bello per bello.

Il cliente che, giustamente, non ha alcuna competenza nella progettazione e disegno di siti web, tende a guardare solo l’estetica ma tu, professionista, dovresti avere la preparazione richiesta (altrimenti perché un cliente si rivolgerebbe ad un/una professionista?) e dovresti spiegare al cliente perché la scelta effettuata è errata.

Ora, tu, professionista, che invece di spiegare al cliente che sta sbagliando e che sei quello/a che saccheggia themeforest, quotidianamente, alla ricerca di temi che dovresti realizzare tu (sei un/a professionista, o no?), tra l’altro, perché proponi al cliente quel tema, sì, proprio quel tema?

Orrore e raccapriccio

Un tema che in home page ti pubblica decine di immagini a width 100%, che ti elenca i post, uno ad uno, con relativa immagine, lo scroll che ti mette a tutto schermo un singolo post: hai mangiato pesante ieri notte?

Un tema che, quando arrivi al singolo post tramite un link su social network, ti presenta un’immagine a tutto schermo e una frase, che è il titolo, sulla quale non puoi fare clic; ah, era solo una citazione, non c’è nessun articolo, a no, aspetta, faccio un po’ di clic a casaccio.

Niente, vabbè, gioco un po’ con il magic mouse, sfioro e faccio uno scroll, mi si apre una roba bianca, a destra, c’è del testo: eureka, è l’articolo!

Ma come è ben studiato questo tema, è proprio comodo.

Mi raccomando, poi, quando arriva l’utente che ti dice che non riesce a leggere il post, digli che per te funziona tutto bene.

In pratica hai dato del cretino al tuo utente, ma forse, il cretino sei tu, prima per aver scelto un tema di merda che soddisfa solo il tuo ego, poi per essere un incompetente, visto che ci sarà un js scritto con il culo, scusatemi il termine tecnico, che tu non sai come correggere. Tanto per fare un esempio, è come se in un hotel chiamaste la reception perché non riuscite ad aprire la porta della camera e loro vi rispondessero che con la loro chiave si apre, magari state provando ad aprire la porta sbagliata oppure vi hanno dato la chiave errata, in pratica avete perso un cliente.

Un texan, half pound, cheeseburgher al tre!

menu mobile hamburgerUn bel 10+ poi lo dobbiamo dare per l’intelligenza, creativa, che vi ha portato a sostituire il menù di navigazione, in modalità desktop, con l’hamburger. Sì, l‘hamburger è quella roba li, l’immagine qui a destra, quella che vedete sui vostri telefonini  e non capite a che serve. Se su un sito mobile potrebbe avere senso, forse, su un sito desktop, per me è una cagata pazzesca! (Scusami signor Fantozzi se mi approprio di una delle tue perle, migliori)

Un clic è per sempre, o meglio, il deserto dei Tartari

Dovete sapere che, ogni giorno, una quantità enorme di persone passa la propria giornata a studiare soluzioni per ridurre al minimo i clic che deve fare un utente per raggiungere il contenuto. È cosa di pubblico dominio, basta utilizzare un motore di ricerca qualsiasi. Ad ogni clic perdi una grossa fetta di utenti, e aumenta in scala logaritmica ad ogni clic, fino a rimanere deserto, il tuo sito, ovviamente.

Tu sei più brava/o, sei più furbo/a e quindi decidi di costruire un labirinto di clic, per rendere sempre più difficile la navigazione al tuo utente, perché il tuo scopo è quello di perdere utenti, non attrarli.

Sono in dubbio se credere che tu sia un genio o un cretino/a, aspetta, il dubbio mi è passato, so esattamente cosa sei.

User first

Mobile first, il mantra, la parola d’ordine dei nuovi guru, degli pseudo guru, tua; cazzate, cazzate e ancora cazzate!

User first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, ti è chiaro?

User first!

Ciò che conta, è solo ed esclusivamente l’esperienza utente.

Devi studiare e disegnare il tuo sito in base all’esperienza utente, devi fare in modo che l’utente possa trovare subito e in fretta le informazioni, quante volte vedo siti di alberghi e ristoranti dove per trovare numero di telefono e indirizzo devo fare la caccia al tesoro, troppe volte.

Devi coccolare il tuo utente, aiutarlo, devi rendergli la vita facile, a meno che tu abbia dei buoni motivi per non far sapere nulla di te, ma in quel caso, I suppose, non ti apri un sito su internet.

Mobile first è una stronzata, chiunque strutturi la progettazione in base a una tecnologia, è un cretino/a.

AI tempi degli antichi romani la tecnologia faceva passi da gigante in centinaia di anni, nel ‘900 in decine, ora in decine di secondi, ciò che è valido ora, potrebbe non esserlo più domani: la tecnologia va utilizzata, non deve utilizzare noi.

Per prima cosa studia chi sono i tuoi utenti, cosa fanno, come si comportano, poi realizza il tuo sito utilizzando le tecnologie e le tecniche migliori, disponibili al momento, per aiutarli a raggiungere i contenuti.

Sviluppa in modo da sfruttare al meglio queste tecnologie, quindi sviluppa un sito mobile perfetto per tutti i dispositivi mobili, sviluppa il sito desktop perfetto per tutti i browser e per tutte le piattaforme e sviluppa, in generale, mettendo in primo piano l’utente, non il tuo ego smisurato, non una tecnologia.

Monitora sempre il comportamento del tuo utente, perché dovrai fare continui aggiustamenti e miglioramenti, perché non è detto che tutto quello che hai progettato e pensato sulla carta, poi, sia giusto.

The end?

And last, but not least (e per ultimo ma non meno importante), crea ottimi contenuti, contenuti di qualità e soprattutto, contenuti accessibili, sì, accessibili; accessibile significa dare importanza a tutti i propri utenti e, egoisticamente parlando, significa non discriminare una parte importante di utenti potenziali e poi, accessibile, significa corretto.

Yes, the end

Steve Jobs l’ha detta giusta poi vi spiegherò il perché.

Siete ancora in attesa della spiegazione che vi avevo promesso all’inizio del post?

Se non l’avete trovata non è colpa mia, e se siete professionisti del Web e non avete trovato la risposta, cambiate mestiere.

(n.d.a.: mi scuso per aver utilizzato una terminologia troppo tecnica, cretino, cagata, etc. ma nel contesto era fondamentale essere molto tecnici e precisi. Nessun sito è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Se volete sapere come si fanno bene le cose, pagatemi o pagate un altro professionista, accertatevi, però, che non sia uno di quelli di cui parlo in questo post. Se volete insultarmi, fate pure, ho le spalle larghe e fondamentalmente non me ne frega nulla. Se vi ho aiutato, sono felice. Una birra non la rifiuto, mai)

 

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Come fare un bel sito

Come fare un bel sito?

Questa è la domanda che, prima o poi, chiunque voglia essere presente sul Web, si pone.

Cominciamo con i dovuti disclaimer: quelle che scriverò sono solo ed esclusivamente mie opinioni, non è la verità assoluta, forse però dovresti, in ogni caso, darmi ascolto.

Pensi che stia parlando di te, sì, è probabile che stia parlando, proprio, della tua (in)competenza.

Fatte le dovute specificazioni, torniamo all’argomento, che poi vengo ripreso perché divago troppo: Come fare un bel sito?

Il design

Facciamo un passo indietro. Progettare e disegnare un sito è esattamente come disegnare e progettare un ponte, una strada, un tostapane, né più, né meno.

Nel mondo del web si è diffusa una strana credenza, che non è un mobile, è proprio una errata interpretazione di un concetto fondamentale: il concetto di design, di design industriale, concetto che noi italiani abbiamo sviluppato all’estremo negli anni ’60 e ’70.

Steve Jobs

Un genio, Steve Jobs(1955 – 2011), disse:

It’s not just what it looks like and feels like. Design is how it works.

Che tradotto in italiano, suona così:

Il design non riguarda solo l’aspetto del prodotto, o l’effetto che fa tenerlo in mano. Il design è come funziona.

Steve Jobs l’ha detta giusta poi vi spiegherò il perché. Il problema è di come è stata recepita, o meglio della comprensione del testo.

Di tutto il messaggio del co-fondatore di Apple, ciò che è stato recepito è che le cose devono essere, esteticamente, bellissime, tutto il resto è andato perduto.

(in)comprensione

In nome di questa (in)comprensione del testo, si sono perpetrati i più gravi crimini contro il povero e inconsapevole Web, contro i poveri  e inconsapevoli utenti e contro i poveri e inconsapevoli business.

I market place

Themeforest (ma anche tutti gli altri market place, parlo di lui solo perché è il più noto) è il punto nodale di questa (in)comprensione del testo: ha fatto convergere quasi tutti i seguaci di questa religione.

Ti stai chiedendo cosa è themeforest, scusami, l’avevo dato per scontato.

Themeforest è un market place, un mercato virtuale per creatori di temi grafici per WordPress, ma anche per altre piattaforme, che permette ai creatori di temi grafici e plugin, di incontrare la richiesta degli utilizzatori e quindi di vendere le proprie “opere d’arte”.

Su themeforest la ricerca è estetica, vengono utilizzate immagini evocative e il risultato è: bello per bello.

Il cliente che, giustamente, non ha alcuna competenza nella progettazione e disegno di siti web, tende a guardare solo l’estetica ma tu, professionista, dovresti avere la preparazione richiesta (altrimenti perché un cliente si rivolgerebbe ad un/una professionista?) e dovresti spiegare al cliente perché la scelta effettuata è errata.

Ora, tu, professionista, che invece di spiegare al cliente che sta sbagliando e che sei quello/a che saccheggia themeforest, quotidianamente, alla ricerca di temi che dovresti realizzare tu (sei un/a professionista, o no?), tra l’altro, perché proponi al cliente quel tema, sì, proprio quel tema?

Orrore e raccapriccio

Un tema che in home page ti pubblica decine di immagini a width 100%, che ti elenca i post, uno ad uno, con relativa immagine, lo scroll che ti mette a tutto schermo un singolo post: hai mangiato pesante ieri notte?

Un tema che, quando arrivi al singolo post tramite un link su social network, ti presenta un’immagine a tutto schermo e una frase, che è il titolo, sulla quale non puoi fare clic; ah, era solo una citazione, non c’è nessun articolo, a no, aspetta, faccio un po’ di clic a casaccio.

Niente, vabbè, gioco un po’ con il magic mouse, sfioro e faccio uno scroll, mi si apre una roba bianca, a destra, c’è del testo: eureka, è l’articolo!

Ma come è ben studiato questo tema, è proprio comodo.

Mi raccomando, poi, quando arriva l’utente che ti dice che non riesce a leggere il post, digli che per te funziona tutto bene.

In pratica hai dato del cretino al tuo utente, ma forse, il cretino sei tu, prima per aver scelto un tema di merda che soddisfa solo il tuo ego, poi per essere un incompetente, visto che ci sarà un js scritto con il culo, scusatemi il termine tecnico, che tu non sai come correggere. Tanto per fare un esempio, è come se in un hotel chiamaste la reception perché non riuscite ad aprire la porta della camera e loro vi rispondessero che con la loro chiave si apre, magari state provando ad aprire la porta sbagliata oppure vi hanno dato la chiave errata, in pratica avete perso un cliente.

Un texan, half pound, cheeseburgher al tre!

menu mobile hamburgerUn bel 10+ poi lo dobbiamo dare per l’intelligenza, creativa, che vi ha portato a sostituire il menù di navigazione, in modalità desktop, con l’hamburger. Sì, l‘hamburger è quella roba li, l’immagine qui a destra, quella che vedete sui vostri telefonini  e non capite a che serve. Se su un sito mobile potrebbe avere senso, forse, su un sito desktop, per me è una cagata pazzesca! (Scusami signor Fantozzi se mi approprio di una delle tue perle, migliori)

Un clic è per sempre, o meglio, il deserto dei Tartari

Dovete sapere che, ogni giorno, una quantità enorme di persone passa la propria giornata a studiare soluzioni per ridurre al minimo i clic che deve fare un utente per raggiungere il contenuto. È cosa di pubblico dominio, basta utilizzare un motore di ricerca qualsiasi. Ad ogni clic perdi una grossa fetta di utenti, e aumenta in scala logaritmica ad ogni clic, fino a rimanere deserto, il tuo sito, ovviamente.

Tu sei più brava/o, sei più furbo/a e quindi decidi di costruire un labirinto di clic, per rendere sempre più difficile la navigazione al tuo utente, perché il tuo scopo è quello di perdere utenti, non attrarli.

Sono in dubbio se credere che tu sia un genio o un cretino/a, aspetta, il dubbio mi è passato, so esattamente cosa sei.

User first

Mobile first, il mantra, la parola d’ordine dei nuovi guru, degli pseudo guru, tua; cazzate, cazzate e ancora cazzate!

User first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, user first, ti è chiaro?

User first!

Ciò che conta, è solo ed esclusivamente l’esperienza utente.

Devi studiare e disegnare il tuo sito in base all’esperienza utente, devi fare in modo che l’utente possa trovare subito e in fretta le informazioni, quante volte vedo siti di alberghi e ristoranti dove per trovare numero di telefono e indirizzo devo fare la caccia al tesoro, troppe volte.

Devi coccolare il tuo utente, aiutarlo, devi rendergli la vita facile, a meno che tu abbia dei buoni motivi per non far sapere nulla di te, ma in quel caso, I suppose, non ti apri un sito su internet.

Mobile first è una stronzata, chiunque strutturi la progettazione in base a una tecnologia, è un cretino/a.

AI tempi degli antichi romani la tecnologia faceva passi da gigante in centinaia di anni, nel ‘900 in decine, ora in decine di secondi, ciò che è valido ora, potrebbe non esserlo più domani: la tecnologia va utilizzata, non deve utilizzare noi.

Per prima cosa studia chi sono i tuoi utenti, cosa fanno, come si comportano, poi realizza il tuo sito utilizzando le tecnologie e le tecniche migliori, disponibili al momento, per aiutarli a raggiungere i contenuti.

Sviluppa in modo da sfruttare al meglio queste tecnologie, quindi sviluppa un sito mobile perfetto per tutti i dispositivi mobili, sviluppa il sito desktop perfetto per tutti i browser e per tutte le piattaforme e sviluppa, in generale, mettendo in primo piano l’utente, non il tuo ego smisurato, non una tecnologia.

Monitora sempre il comportamento del tuo utente, perché dovrai fare continui aggiustamenti e miglioramenti, perché non è detto che tutto quello che hai progettato e pensato sulla carta, poi, sia giusto.

The end?

And last, but not least (e per ultimo ma non meno importante), crea ottimi contenuti, contenuti di qualità e soprattutto, contenuti accessibili, sì, accessibili; accessibile significa dare importanza a tutti i propri utenti e, egoisticamente parlando, significa non discriminare una parte importante di utenti potenziali e poi, accessibile, significa corretto.

Yes, the end

Steve Jobs l’ha detta giusta poi vi spiegherò il perché.

Siete ancora in attesa della spiegazione che vi avevo promesso all’inizio del post?

Se non l’avete trovata non è colpa mia, e se siete professionisti del Web e non avete trovato la risposta, cambiate mestiere.

(n.d.a.: mi scuso per aver utilizzato una terminologia troppo tecnica, cretino, cagata, etc. ma nel contesto era fondamentale essere molto tecnici e precisi. Nessun sito è stato maltrattato durante la scrittura di questo articolo. Se volete sapere come si fanno bene le cose, pagatemi o pagate un altro professionista, accertatevi, però, che non sia uno di quelli di cui parlo in questo post. Se volete insultarmi, fate pure, ho le spalle larghe e fondamentalmente non me ne frega nulla. Se vi ho aiutato, sono felice. Una birra non la rifiuto, mai)

 

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Elogio delle parole

Parole

Cominciano in prima elementare, per i più sfortunati, anche prima, a farci il lavaggio del cervello; le parole sono belle, le parole sono importanti, le parole sono il fulcro della comunicazione, devi sapere utilizzare al meglio le parole.  Sempre.  Comunque. Dovunque.

La maggioranze delle persone, per fortuna, non imparerà mai a utilizzare le parole, a parlare in italiano e nemmeno a scrivere.

Queste sono le persone più fortunate, e vedremo più avanti il perché.

Arte, poesia, affabulazione

Una esigua minoranza, per fortuna, si innamorerà delle parole, si innamorerà come nemmeno l’amore per un gattino, si dedicherà allo studio delle parole, lavorerà continuamente per migliorare l’utilizzo delle parole, arriverà a padroneggiare le parole in un modo tale che, le altre persone assisteranno alla declamazione dei loro componimenti, rapiti, innamorati, persi in un’estasi dei sensi che non riescono nemmeno a comprendere.

Queste persone, la maggioranza, arriveranno adoranti, in processione, portando doni, portando lodi sperticate, senza capirne bene il perché.

Tìmeo Dànaos et dona ferentis

Mi perdoni Virgilio, non voglio rovinare la sua arte, sfrutto una delle sue citazioni più famose, perché mi aiuta nel mio, misero, discorso.

Il cavallo di Troia

C’è una differenza sostanziale tra il cavallo di troia e i doni che offrono le persone del primo tipo a quelle del secondo; i greci avevano un piano, prendere e distruggere Troia, gli adulatori, no, non hanno alcun piano, vogliono solamente partecipare e sentirsi partecipi di tanta arte, che non comprendono fino in fondo. Succede così che i  doni e le adulazioni, fungano come il cavallo per i troiani, diventino la vera sconfitta di chi padroneggia, tanto bene, l’arte delle parole.

Si innesca un circolo vizioso che porterà al miglioramento continuo, alla ricerca della perfezione stilistica, e trasformerà il mondo in un mondo dove solo le parole hanno diritto di abitare.

Le parole sono fatti e i fatti sono parole, fatti, parole, parole, parole.

Ecco, il mondo è fatto di parole, le parole prendono il sopravvento, su tutto, le parole diventano l’unico dio, l’unica ragione di vivere e l’unico modo di comunicare, i fatti non esistono, i fatti sono, solo, parole.

Ora arriviamo al perché le persone del primo tipo, la maggioranza, sono quelle fortunate.

I fortunelli

Non amando e non sapendo utilizzare le parole sono costretti a sopperire, a questa mancanza, con i fatti. Trovandosi di fronte a una mela, non la glorificheranno con parole dolci, suadenti, poetiche, la mangeranno e sopravviveranno, mentre le persone del secondo tipo, tutte prese dalle parole, la lasceranno marcire, e poco alla volta, periranno, per la fame.

Vero, prima ho scritto che coloro che non padroneggiano le parole, arrivano estasiati ad ascoltare i virtuosi del linguaggio, portano lodi, lodi sperticate, ammirazione, senza neanche comprendere il perché lo fanno ma arriva il momento in cui si chiederanno: “Si, è bellissimo, ma quando si mangia?”

A quel punto, ordinati e un po’ delusi, si gireranno e andranno in mensa, prenderanno il vassoio, e si nutriranno di roba cattiva, poco elegante, magari anche volgare, ma si nutriranno, lasciando i virtuosi a nutrirsi solo delle parole, parole che, poco alla volta, porteranno alla solitudine e alla fine.

The end

Arriva sempre il momento, quel momento, quello in cui verrà chiesto di dimostrare con i fatti, quanto promesso con le parole, e quel momento sarà drammatico, spesso, quasi sempre.

redde rationem

Mi scuserà il buon Luca, se mi sono permesso di utilizzare le sue parole, sacre, per esprimere un concetto non così sacro.
Il giorno del redde rationem arriva, arriva sempre, puntuale come la morte, quella di Samarcanda, quella che aveva paura di avere sbagliato, arriva e se non sei pronto, puoi utilizzare le parole più belle del mondo, puoi declamare le poesie più dolci del mondo, puoi, a parole, fare le promesse più sublimi ma ti porta via lo stesso.

Concludo con una citazione colta:

Fatti, non pugnette!

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Tortino al forno di cime di cavoli vari

tortino cavoli mozzarella e acciugheEcco un altro piatto ricco gustoso e leggero.

Abbiamo bisogno di:

  • Cime di cavoli, di vario tipo
  • Mozzarella
  • Acciughe sott’olio
  • Semi di cumino
  • Olio EVO
  • Cipolle

 

 

Come sempre, ci laviamo le manine per benino, poi indossiamo una cuffietta o un cappello da cuoco (se non siete ovviamente calvi), non per fare i fighi, ma per evitare che i nostri  vostri capelli zozzi finiscano nel piatto e non c’è cosa più schifosa di trovare dei capelli nel piatto in cui si mangia.

collection cabbagePer prima cosa, mondate le cime dei cavoli, mettete sul fuoco una pentola abbondante con acqua; insaporite l’acqua con i semi di cumino, a me piace molto e quindi esagero, aggiungete il sale e quando bolle, ci sbattete dentro le cime  dei cavoli e lasciate sobbollire per 8/10 minuti.

Nel frattempo tagliate a cubetti la mozzarella e tagliate a pezzetti le acciughe.

Mettete una pentola bassa e larga sul fuoco, olio EVO e soffriggete le cipolle; quando sono trasparenti tirate via la padella dal fuoco.

Scolate le cime dei cavoli e mettetele nella padella con il soffritto di cipolla, accendete il fuoco e saltatele per farle insaporire.

Spegnete il fuoco, aggiungete la mozzarella e le acciughe, mescolate bene e mettete in una teglia da forno.

Infornate per circa 20 minuti a 180°, controllate che si sia asciugata l’acqua della mozzarella e quindi togliete dal forno e servite in tavola.

Sarete veramente molto felici di mangiare un piatto gustosissimo e leggero.

 

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L’importanza del decidere, accettare i propri fallimenti

Gustave Doré: Don Quijote de La Mancha and Sancho Panza, 1863
Gustave Doré: Don Quijote de La Mancha and Sancho Panza, 1863

Ora che ho compiuto i 18 anni, passati da qualche giorno, uno più uno meno, non importa, posso raccontarvi una delle cose più importanti, che mi ha insegnato la vita.

Quando ero giovinetto pensavo che insistere fosse la cosa giusta, insistere per raggiungere un obiettivo, anche se non cambiava mai nulla. Impegnavo molto tempo, fosse per la scuola, per una ragazza, per il lavoro, per lo sport. Insistevo nonostante tutto, mi incaponivo e non comprendevo perché le cose non andassero come desideravo io.

Molto prima di me, Albert Einstein, sembra, disse:

Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi.

Non penso di essere stato folle, penso di essere stato ingenuo, convinto che l’impegno, i sentimenti, la passione, le capacità, dipende dal contesto, fossero sufficienti.

No, non era così, incaponirsi non è la soluzione, bensì un ripiego, credere che prima o poi le cose cambieranno, da sole, non è la soluzione, questo ho imparato.

Ho imparato che, nonostante la passione, il desiderio, le capacità i sentimenti, è inutile insistere a voler tenere in piedi cose che non funzionano, se le cose non si mettono nei binari giusti, in fretta, è inutile sperare in miracoli, perché i miracoli non esistono.

Ho imparato a decidere, a decidere di chiudere, di cambiare e per questo, nei miei primi diciotto anni e spicci, ho cambiato spesso vita, lavoro, amicizie, passioni, amori e posso solo dirvi che, sebbene sia doloroso cambiare, al momento, poi con il tempo, non me ne sono mai pentito.

Qualunque sia l’ambito, l’importante è decidere, prendere una decisione perché decidere è ciò che fa la differenza tra chi non fa e chi fa.

A volte può essere confortevole vivere senza decidere, accettare passivamente quello che succede, vivere nel dolore e nella sofferenza in attesa che qualcosa cambi, cosa che non succederà mai, non ci si sente responsabili, si può dare la colpa dei propri fallimenti al destino cinico e baro. Non è così. La colpa, se non prendiamo decisioni, anche dure e impopolari, è solo nostra, non esiste un destino cinico e baro, esistiamo solo noi e le nostre (non) scelte.

Datevi quindi dei tempi, degli obiettivi, e se non li raggiungete non fate l’errore di Don Chisciotte della Mancia, accettate le situazione e mettete un punto a capo, vi dispiacerà, soffrirete, lo vivrete come un fallimento ma da li, rinascerete più forti e consapevoli.

Non possiamo avere tutto, non abbattiamoci per i nostri fallimenti, accettiamoli, impariamo da loro e continuiamo la nostra vita, ne trarremo, tutti giovamento.

Solo chi non fa, non sbaglia, solo chi non decide, non sbaglia ma è anche vero che chi non fa, non fa.

Storie di ordinaria malasanità, Milano, Lombardia, Italia

Sui giornali, da anni, viene magnificato il SSN lombardo, viene preso come riferimento, dicono sia uno dei migliori, se non il migliore in Italia.

Per mia fortuna, fino a pochi mesi fa, non ne ho avuto bisogno, però ero felice di sapere che, se ne avessi avuto bisogno, era tra i migliori.

Purtroppo, da dicembre, causa diagnosi di una malattia, seria, sono costretto ad averci a che fare.

In questo post, non vi racconterò dei mesi di attesa per ottenere un appuntamento, non vi racconterò, nemmeno, di quanto ho pagato di ticket, e non vi racconterò che gli appuntamenti alle 15 e 30, come minimo significano 16 e 30 ma devi essere li, per l’accettazione alle 15, no non vi racconterò di queste cose, le conoscete già.

Cosa vi vado a raccontare, allora, di nuovo e che non conoscete?

Seguitemi, vi farò ridere molto, anche se la cosa, in se, è tragica.

Partiamo dal presupposto che io sono malato e ho alcune complicazioni, non simpaticissime e il 16 di gennaio telefono al CUP, 800.638.638, e prenoto un esame.

Ogni volta che prenoto un esame, mi chiedono se voglio essere avvisato 3 giorni prima per email, io rispondo, si e poi mi chiedono se voglio ricevere anche un SMS, e io rispondo, si.

Ho fatto molti esami e NON ho mai ricevuto una mail o un SMS tre giorni prima, anzi, proprio mai.

L’ultima volta lo faccio presente e mi dicono strano, insisto, e mi rispondono che non è colpa loro, perché devono mandarli gli enti eroganti il servizio, vabbè, ho iCal che svolge egregiamente il suo servizio.

Ad onor del vero, ricevo sempre le mail di conferma della prenotazione.

Ho divagato, scusatemi, ma faceva ridere, anche questa cosa.

Stamane, ore 7 e 30, mi presento, prendo il numerino, mi chiamano e, rullo di tamburi.

Come è possibile che abbia prenotato la visita presso di noi?

Sono 2 mesi che il medico è andato in pensione e la dottoressa non ci sarà per lungo tempo.

A me lo chiedete?

No, è per dire.

Abbiamo provato a contattarla, ma il numero era sbagliato.

Guardi il numero l’ha scritto una sua collega, copiandolo dal display e comunque la mail era giusta, visto che il CUP mi manda le mail di conferma.

Silenzio.

Se vuole le prendo un appuntamento il 26, dall’altra parte del mondo.

La mia religione non mi permette il linguaggio scurrile e quindi il fanculo è rimasto, solo, nella mia testa.

Mentre scendevo le scale, incazzato nero, incontro una che, sorridente, mi dice: l’hanno fatta arrabbiare, eh?

Io le rispondo, si, mi hanno dato appuntamento e il medico non c’è più.

Da come ha cambiato l’espressione della faccia, posso solo pensare che fosse la dirigente.

Ora, potete pensare quello che volete, che si può sbagliare che può succedere, ma non si manca di rispetto a persone malate, gli strumenti per avvisarmi c’erano, è chiaro che qualcuno si è dimenticato di comunicare che non c’erano più medici per quel tipo di visita, ed è chiaro che solo all’interno di quella struttura potevano saperlo, però quello che fa incazzare è la mancanza di volontà, il malfunzionamento di un servizio informatico, che abbiamo strapagato, l’incapacità di inviare una mail.

Fanculo, stronzi!

 

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Petto di pollo stufato, buono e semplice

Siamo, troppo spesso, abituati a mangiare piatti grassi e pesanti anche se gustosi, ma non è difficile creare piatti semplici, gustosi e anche non grassi.

Quello di oggi è un petto di pollo stufato o se preferite uno spezzatino di pollo.

Di cosa abbiamo bisogno per realizzare questo  gustoso pollo stufato?

Petto di pollo, cipolle, aglio, paprika, sale, pepe, olio EVO, tabasco, polpa di pomodoro, pere e brodo o di pollo o vegetale.

Come sempre (che poi il Luca Sartoni mi cazzia), ci laviamo le manine per benino poi indossiamo una cuffietta o un cappello da cuoco (se non siete ovviamente calvi) non per fare i fighi ma per evitare che i nostri  vostri capelli zozzi finiscano nel piatto e non c’è cosa più schifosa di trovare dei capelli nel piatto in cui si mangia.

Cominciamo la preparazione del pollo stufato tagliando a pezzettini la cipolla e pulendo l’aglio, poi mettiamo 2/3 cucchianini di olio EVO in una padella, ci aggiungiamo la cipolla tagliata e gli spicchi d’aglio schiacciati. Lasciamo che la cipolla imbiondisca e ci aggiungiamo il petto di pollo tagliato a piccoli cubetti, lasciamo che la reazione di maillard avvenga e poi ci aggiungiamo il tabasco e generosi dosi di parika dolce.

Lasciamo amalgamare per bene per un paio di minuti, poi aggiungiamo la polpa di pomodoro, saliamo e dopo qualche minuto aggiungiamo il brodo vegetale e un po’ di pera, pulita, tagliata a cubetti e con la buccia, copriamo con il brodo e lasciamo sobbollire, a fuoco basso per 30/40 minuti e comunque fino a che il tutto si restringa.

Qualche minuto prima di spegnere aggiungiamo quello che resta della/e pere, terminiamo la cottura e serviamo.

Sarete veramente molto felici di mangiare un piatto gustosissimo e leggero.

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Sicurezza a Milano, lettera aperta al Prefetto di Milano – Francesco Paolo Tronca

Gentilissimo Signor Prefetto,

Le scrivo questa mail, sperando non venga archiviata o non letta, perché sono stanco e demoralizzato.

Ho avuto l’onore di servire come Ufficiale di complemento dei CC, 137° corso AUC e, sebbene siano passati molti anni, ricordo molto bene gli insegnamenti ricevuti alla scuola Ufficiali dei Carabinieri in via Aurelia, a Roma.

Le scrivo in quanto Lei è il rappresentante del Governo nel territorio in cui abito, Milano.

L’anno scorso, in questo periodo, sono stato scippato, mi sono entrati in casa (fortunatamente mentre stavo rientrando e quindi sono scappati senza rubare nulla), dopo pochi giorni hanno svaligiato un appartamento nella casa vicina, hanno scippato una ragazza del suo smartphone e l’hanno sbattuta per terra e sono successi diversi altri episodi di microcriminalità. (Tutti attribuibili alle stesse persone, e non Le dico quali perché voglio evitare le solite accuse di razzismo).

Sono stato al commissariato di Polizia, ho fatta la denuncia, ho fermato un’auto della polizia, ho parlato con dei poliziotti motociclisti al bar, ho parlato con dei carabinieri motociclisti, ho raccontato loro la situazione e mi hanno fatto pena e tenerezza. Stanno male loro più di noi, mi hanno detto che le, poche, auto sono sempre in intervento e devono per forza di cose dare la precedenza al pronto intervento e non hanno mezzi e uomini per portare sicurezza a tutti. So benissimo cosa significa, ricordo che sotto i mondiali di calcio del ’90 accumulai 130 ore di straordinario. (12 solo all’inaugurazione), sono consapevole delle difficoltà delle forze dell’ordine, che io amo alla follia, e sono triste per la loro rassegnazione.

So anche cha a Milano mancano circa 2000 tra carabinieri e poliziotti e so anche bene che il Ministro degli interni, Angelino Alfano, aveva fatto delle promesse mai mantenute.

Da alcuni giorni, puntuali come la morte, sono tornati, appena fa buio, verso le 17 e 30, li vediamo per strada a controllare i cancelli, i portoni, i citofoni, venerdì alle 19 mi ha telefonato mia sorella, terrorizzata, per dirmi che 3 di questi signori l’hanno seguita e le hanno anche urlato contro, ha fatto in tempo a entrare nel cancelletto e chiuderlo, poi sono arrivate altre persone e questi sono scappati a gambe levate, ieri mio padre mi ha detto che li ha rivisti e quando si sono accorti si sono prima nascosti e poi sono scappati a gambe levate.

Lo so che le statistische che pubblicate sulla microcriminalità dicono che è in calo, ma mi permetta di dubitarne fortemente per svariati motivi:

1) sono esternazioni politiche
2) la gente è stufa e non denuncia più nulla
3) la gente non si sente più protetta dallo stato (volutamente minuscolo)
4) la gente si sente presa per i fondelli

Lei ha la possibilità di parlare con il Ministro Alfano e credo anche con il Presidente del Consiglio Renzi, chieda loro, visto che non ci mandano i 2000 uomini delle forze dell’ordine, cosa dobbiamo fare, per favore.

Noi viviamo con l’antifurto perennemente attivo, anche quando siamo in casa, dormo con un bastone vicino al letto e vorrei sapere cosa dobbiamo fare.

Da ufficiale dei carabinieri della riserva, preferirei che fosse lo Stato a prendersi cura della mia sicurezza, ma se lo stato se ne frega ci permetta di utilizzare altri strumenti, lo stato può tranquillamente dire che ha fallito e che non è in grado di assicurarci la sicurezza e può delegarla a noi cittadini.

Proponga di emanare una legge in tal senso, forse capiranno che lasciare da soli i cittadini, senza la protezione delle forze dell’ordine, non è questa grande idea.

Grazie per la sua attenzione

Cordialmente

Paolo Valenti

PS: non è una minaccia, questa lettera la pubblico anche sul mio blog, paolovalenti.info, come lettera aperta.

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